Devo ammettere che quando Vincenzo mi propose di andare all’apertura della Biennale di Carrara, per di più a fine giugno, non ero molto entusiasta, mi immaginavo il clima vacanziero, i gelati, l’odore del doposole, insomma un contesto poco professionale.
Come sempre ne è valsa la pena, forse più per l’esperienza in sé che per altro. Anche solo per concentrarmi su questo genere artistico che non ho spesso modo di osservare.
Una volta un tipo mi disse che, per lui, la scultura era quella cosa dove regolarmente inciampa quanto indietreggia per osservare un quadro. Non credo siano pochi quelli che, in un museo, prima guardino i quadri appesi e poi le sculture.
Inoltre, in ambito contemporaneo, trovo ci sia molta confusione tra scultura ed installazioni, anzi, c’è un po’ di confusione tra i generi nel complesso.
Infatti ciò che più mi ha colpito della Biennale è la serenità con cui venivano giustapposte opere scultoree e modellini di studi architettonici storici, come se i secondi fossero sullo stesso piano dei primi.
Io come domanda me la pongo: sono sullo stesso piano la scultura e l’architettura? Secondo me no, ci sono delle differenze, sono diversi i committenti, gli scopi, le forme.
Se poi, alcuni architetti, si siano ispirati al mondo delle forme neoplastiche o organiche della scultura per farne degli edifici, ciò non toglie che il risultato sembra scultoreo, ma è architettonico. Potrei fare anche delle torte ispirate ad una scultura di Moore, ma rimane un prodotto di pasticceria, che mai proporrei ad una Biennale di scultura.
Invece, pare che una questione aperta, posta fin dal discorso inaugurale della Biennale, sia proprio l’apporto dell’architettura nella scultura contemporanea. Il tutto a partire da una riflessione sul monumento e su ciò che ha rappresentato dalla fine dell’ottocento fino all’inizio del novecento, quando ancora era espressione del potere.
Essendo l’arte contemporanea “democratica”, automaticamente è da considerarsi che sia anche antimonumentale.
L’arte contemporanea è vista come un’apertura verso il futuro ed in questo senso sembra lecito chiedersi se sia più avanti l’architettura o la scultura.
Naturalmente è difficile rispondere: la scultura! se un quarto della Biennale è occupato dall’esposizione storica di artisti come Lucio Fontana, Arturo Martini, Leonardo Bistolfi e Libero Andreotti, se si presenta la scultura del novecento come celebrazione dei leader politici, sforzandoci di trovare poesia e caducità nel bozzetto di un atleta mussoliniano.
E non aiutano gli artisti contemporanei che se la prendono ancora con il David di Michelangelo e la sua inflazionatissima copia, moltiplicandola all’ennesima potenza negli studi di giovani accademici cinesi e sugli scenografici panorami delle cave di marmo.
Tanto meno corre ai ripari la continua autoreferenzialità dei giovani scultori, il voler per forza mostrare il quotidiano, il gesto semplice, la vita della “gente comune” che diventa monumento, già stigmatizzato fino alla nausea dai tanti social network che ci bombardano. Se il monumento oggi è guardare cosa prepara per cena la vicina di casa, farei anche a meno della scultura.
Pare però, che ci sia una via di fuga da questa ossessionante umana banalità: la riproposizione dello stile neoclassico con piccole variazioni che lo attualizzano, come il lavoro sulla spiaggia di Terence Koh, dove un bambino proporzionalmente ridotto, rispetto al basamento che lo sorregge, se ne sta rannicchiato facendoci pensare a quanto siamo indifesi, emarginati ed isolati. Immagino, che il signor Koh, disteso sul bordo di qualche piscina in uno dei tanti party miliardari di Miami, si ponga ripetutamente il quesito.
Il quesito che invece mi pongo ripetutamente io è un altro: perché una manifestazione artistica come questa, capace di ospitare artisti di tale calibro, che nuotano apertamente nell’oro, che lavorano per i vip di Hollywood, sia messa così male. Tanto da essere costretta a fotocopiare in bianco e nero il suo programma, ad utilizzare quasi solo staff volontario di pensionati e studenti, a non offrire un buon servizio di informazioni dove neanche sanno indicarti i luoghi degli eventi e si presenti, complessivamente, un po’ sottotono.
“Siamo soli nell’universo”, recita un’opera, affermazione che mi sento di condividere proprio in questi contesti.
Forse l’universo sa accogliere l’uomo più della scultura contemporanea?
Forse l’immensità delle pareti marmoree delle cave, il silenzio dei muri usurati nei vecchi capannoni abbandonati, la curiosità di cercare cosa si nasconde dentro un baule lasciato per caso in un’ ex-segheria ed il racconto di un carrarese che gli si illuminano gli occhi quando ti indica le vecchie icone nelle vie della sua città, suscitano una meraviglia che è arduo soverchiare.
Linda Salvadori | inizio pagina | Permalink | 037 [Indietro] [Avanti]
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