Qualche giorno fa ho visitato il GAM di Torino, che ha visto un recente riallestimento, a cura del nuovo direttore artistico e di uno staff di studiosi, caratterizzato da una suddivisione tematica della collezione permanente e da alcune mostre temporanee, come sempre, a tema.
Una di queste affronta la problematica delle “azioni” portate in scena da artisti contemporanei in una serie di contesti comunemente riconosciuti come “performance”. Già dal titolo, “Il teatro della performance”, l’esposizione annuncia la presentazione di un genere basato appunto sulle azioni estemporanee e spesso dense della fisicità dell’artista, di una coppia di artisti o di un gruppo, che si trovano a realizzarle in un dato luogo ed in un dato momento e che, una volta esaurite, non esistono più. Da qui la forte impronta contemporanea del genere, qualcosa che per sua definizione, oggi c’è, domani no.
Nell’immaginario comune la “performance” come genere artistico è legata agli anni ’60-’70, ed a un tipo di pensiero vicino all’arte concettuale, trovandosi spesso legata ad una riflessione sui meccanismi sociali e sulle loro trasformazioni. Un tipo d’arte che si poneva come buona pratica dell’azione non solo culturale, bensì politica.
Giustamente la mostra inizia con un video che documenta l’azione, di Abramović/Ulay, “Imponderabilia”, messa in scena nel 1977, alla Galleria Comunale d’Arte di Bologna[1], dove I due artisti si collocano, nudi, l’uno di fronte all’altra, ad ostruire uno dei passaggi obbligati della Galleria, costringendo lo spettatore a strusciarsi contro di loro per poter varcare la soglia.
Restituire le sensazioni di un’azione così fisica ed in parte basata sull’effetto sorpresa per lo spettatore, che si trova davanti ad una scelta, oltre ad essere parte stessa dell’azione, attraverso un video di documentazione, tra l’altro piuttosto statico, è un’impresa piuttosto ardua. Bisogna usare l’immaginazione. Cosa avrei provato se fossi stato lì? Solo il fatto di potermelo chiedere ed avere il tempo di rispondere, osservando da lontano ciò che accade, esclude due caratteri unici del teatro e della performance: la vicinanza e la presenza. L’emozione che riesce a suscitare un video come questo è pari a quella che potrei provare osservando la ricostruzione sotto teca di una scena di vita familiare nel mesolitico a cura di qualche museo di antropologia. Mi incuriosisce, ma posso mantenere le distante. E sopratutto, è roba già finita, fa parte del passato.
Quindi una prima domanda che mi pone la mostra è: essendo in una galleria d’arte contemporanea, ha senso proporre un ricordo di un’azione contemporanea?
La seconda sala presenta un’ulteriore questione: ha senso esporre il risultato di un’azione fatta per dar luce al processo, al gesto, al movimento, e non al prodotto finale di questi? I quadri (perché in mostra sono comunque presentati come tali) di Katsuo Shiraga hanno rilevanza perché nati dalle azioni del Gruppo Gutai, quelli che facevano resistenza al pennello, che portavano fuori dal museo le action painting di Pollock, che, come in un perpetuo, eterno ritorno, ritornano irrimediabilmente nelle sale di una Galleria.
Ancora più perplessità pone la sala dedicata ad Hermann Nitsch, che non presenta né il dopo: Il “quadro finito”, né il durante: “il video”, ma piuttosto il “dietro le quinte”: la scenografia (l’allestimento o quel che ne rimane). Davvero qui è forte la sensazione che lo spettacolo sia finito, che non c’è più nulla da temere, che si può osservare indisturbati qualcosa che, per chi l’ha sperimentato dal vivo, poteva provocare repulsione, attrazione, disgusto o piacere: adesso il sangue è evaporato lasciando solo ombre di ciò che si è compiuto lontano da noi. Anche qui, spazio all’immaginazione o al ricordo, piuttosto che alla partecipazione.
Ha senso conservare I feticci di momenti unici, fondati sulla loro irrepetibilità? Quello che evocano finisce per essere il loro contrario: l’assenza.
Manca l’elemento principale: infatti la mostra procede alternando opere che performative non sono, e che creano solo confusione sull’argomento, insistendo sull’oggetto e non sull’azione, come quelle di Paul McCarthy, o quelle di Gilbert & George.
Pare che questo fenomeno, nella sua forma legata all’azione, sia una prerogativa degli anni 60-70 e che sia destinato a rimanere sotto teca non trovando sfogo nelle esperienze dei nostri tempi. Sarà questa un’immagine appropriata ed aggiornata?
[Mappa: Galleria d’Arte Moderna, via Magenta, 31, 10128 Torino]
Linda Salvadori | inizio pagina | Permalink | 028 [Indietro] [Avanti]
Compagnia teatrale Teatro Anatomico, Codice fiscale: 94142520488, Partita IVA: 05726450488
Powered by Lumen
Questo documento, come molti siti, utilizza un linguaggio di fogli di stile per definire la sua presentazione grafica - se non avete disabilitato i CSS volontariamente il browser non supporta questa tecnologia; in ogni caso il contenuto viene mantenuto intellegibile.