Sabato la giornata è iniziata peggio. La temperatura si era abbassata, le strade erano piene di polizia per i festeggiamenti legati al primo maggio e tutto, nell’insieme, assumeva un tono più grigio. La prima galleria che abbiamo visitato è stata Isabella Bortolozzi, proprio dietro la Neue Nationalgalerie, dall’altro lato della Spree, vicino alla Verein Berliner Künstler.
La mostra si intitolava “Mehr Teppich/More Carpets” ed era una curiosa raccolta di tappeti ed altri tessuti decorati da vari artisti, tra cui alcune firme storiche, per esempio c’era una tovaglia di Carol Rama, un tessuto stampato su disegno di Lucio Fontana, un altro di Robert Rauschenberg, e così via. Uscendo da Isabella Bortolozzi e riprendendo la Potsdamer Strasse in direzione Küfurstenstrasse si arrivava alla Klosterfelde, una galleria al primo piano di un palazzo con le scale decorate in finto marmo e dall’aspetto vagamente elegante. Klosterfelde proponeva dei lavori di Michael Snow, tra cui un’installazione video con quattro proiettori che mandavano in ciclo continuo l’immagine di una persona che suonava un pianoforte (si vedevano solo le mani e la tastiera). Questo lavoro per quanto poco significativo, aveva il pregio di utilizzare il video, non per creare una narrazione ma per creare un insieme, un’installazione appunto, formalmente indipendente dal cliché cinematografico e quindi con un’ipotesi di fruizione diversa. Andando oltre la stanza dei video, era possibile vedere alcuni pezzi di altri artisti in galleria tra cui un’opera di Jorinde Voigt, presente contemporanemente al Kunstcampus Heidestrasse, dietro l’Hamburger Banhof dove con la collettiva “HYPERNATURAL” si celebravano i quattro anni della rivista Kunst Magazin Berlin. La sera dell’inaugurazione, per l’occasione era stata organizzata una festa in un capannone poco più avanti, il Tape Modern, accanto alla discoteca Tape, dove oltre alla musica e al bar, erano presenti molti video e altre opere.
Arrivati direttamente sulla Küfurstenstrasse si potevano vedere altre due gallerie che aderivano al circuito Gallery Weekend Berlin, Galerie Giti Nourbakhsch e Sommer & Kohl, la prima presentava Matias Faldbakken e la seconda Riccardo Previdi. Infine in una traversa della Küfurstenstrasse, in Blumenthalstrasse era aperta la galleria Sassa Trülzsch incassata in uno spazio molto ristretto, al contrario della Joahann König, che abbiamo visitato successivamente ritornando in direzione Potsdamer Platz. Johann König proponeva la personale di David Zink Yi; anche in questo caso, il video forse era l’aspetto più interessante della mostra: semplice, pulito e breve, non era niente di esaltante ma sicuramente era interessante dal punto di vista visivo e sonoro. La scena iniziava con uno sfocato in cui si intravedeva una persona, era un uomo che si avvicinava alla telecamera finché non veniva inquadrato frontalmente in primo piano. Iniziava a inspirare in maniera forzata, poi all’improvviso tirava fuori una tromba. La campana dello strumento occupava tutta l’inquadratura e copriva il suo viso mostrando a questo punto l’interno dello strumento che andava a perdersi nell’ombra. Quindi l’uomo iniziava a suonare, o meglio a produrre un suono continuo finché non finiva il fiato. A quel punto toglieva la tromba di bocca, per un istante riappariva la sua faccia, gli occhi erano rossi per lo sforzo e improvvisamente il video terminava. Non era un film, non era un documentario, era un video e meno banale di quanto poteva sembrare.
Riscendendo verso la Spree e oltrepassandola, si arrivava ad un’altra galleria, la Wentrup. Situata in un cortile insieme ad altri edifici dall’aria di officine, era preceduta dalla Showroom, uno spazio staccato e in quel momento chiuso al pubblico. Come avevamo già avuto modo di vedere, varie gallerie hanno uno Showroom distaccato dalla galleria principale e, spesso, anche l’ufficio è in un edificio a parte, o quantomeno ad un altro piano. Wentrup proponeva Mathew Hale che tra le altre cose aveva in mostra una proiezione di diapositive con audio dal titolo “Die Münze”, interessante anche se un po’ didascalica. Sicuramente più sofisticata del video di David Zink Yi che, nel suo essere grezzo, era potenzialmente più essenziale ed efficace. Pur non essendo un vero e proprio video, quello di Mathew Hale, scivolava velocemente verso qualcosa di cinematografico, forse per il ritmo della narrazione.
Da tutt’altra parte, nel quartiere di Mitte, la Galerie Ben Kaufmann, proponeva i quadri espressionisti di Matthias Dornfeld, una pittura forzata che si qualificava tra le peggiori proposte del Gallerie Weekend Berlin. Vicino alla Galerie Ben Kaufmann, sulla Karl-Marx-Allee si poteva visitare la Capitain Petzel che, a quell’ora, le sette passate, era ormai prossima alla chiusura. L’edificio che la ospitava era curioso e pur avendo l’aspetto di un prefabbricato conservava un che di imponente; è da lì che saremmo partiti il giorno dopo.
Domenica dalla Straussberger Platz, dopo aver superato la Galerie Ben Kaufmann siamo ritornati sulla Karl-Marx-Allee, alla volta di Capitain Petzel. L’edificio che avevamo visto il giorno prima, sede della galleria, non era effettivamente unico nel suo genere, su quel tratto di strada ne esistevano altri tre simili, per un totale di quattro, due da un lato e due dall’altro. Venendo da Straussberger Platz la Capitain Petzel si trovava sulla destra proprio sotto ad un grosso condominio su cui capeggiava la scritta “LKW Tatra Motokov”. Risalendo la strada l’edifico gemello ospitava una gelateria, un bar e un locale e si trovava a due passi dal Kino International. Dall’altro lato della strada le altre palazzine ospitavano una sorta di negozio per sanitari, e, più avanti, il Moskau, edificio più grande con annessa una discoteca. Capitain Petzel proponeva una personale di Troy Brauntuch, con quadri e oggetti. I quadri erano praticamente tutti monocromi neri giocati su dei sottili cambiamenti di superfici che costruivano delle immagini dal carattere fotografico. Non è una novità ma colpiva particolarmente oltre alla monocromia, la monotonia della ripetizione delle opere. Scendendo sulla Lichtenbergerstrasse, verso la Spree si poteva visitare la C/O - Gerhardsen Gerner. La galleria si trovava in una posizione particolare, proprio sotto la ferrovia, parzialmente nascosta dalla strada principale, la Holzmarktstrasse. Nello stesso luogo, insieme alla C/O - Gerhardsen Gerner erano presenti altre gallerie che non aderivano al Gallerie Weekend Berlin e che sembravano tutte chiuse, tra cui Susanne Vielmetter Berlin Projects e Praz-Delavallade. C/O - Gerhardsen Gerner proponeva una personale di Lothar Hempel, con quadri e installazioni. Dalla C/O - Gerhardsen Gerner, abbiamo cambiato zona e siamo passati alla Galerie Micky Schubert, sulla Bartingallee, nei pressi della stazione Bellevue nel così detto Hansaviertel, che proponeva Manuela Leinhoss. Costeggiando la ferrovia e oltrepassando la stazione Zoo siamo passati alle tre gallerie che aderivano al Berlin gallery Weekend nel quartiere di Charlottenburg, Galerie Daniel Buchholz, Galerie Guido W. Baudach e Galerie Haas & Fuchs. Buchholz proponeva una personale di Florian Pumhösl, Baudach presentava Thomas Helbig, e Haas & Fuchs una collettiva dal titolo “ART”. Lo spazio che Baudach offriva alla mostra di Helbig era piuttosto ristretto, e, devo dire, è anche l’unico posto dove l’accoglienza non è stata il massimo, ma del resto aveva a disposizione una seconda sede a Wedding in uno spazio ampio dove i lavori traevano più respiro. Insieme alla Baudach, nello stesso edificio a Wedding, al piano superiore la Galerie Max Hetzler aveva uno dei più grossi spazi espositivi che avessi mai visto a Berlino. Sopratutto perché si trattava di un’unica superficie, escluso il corridoio all’entrata e gli uffici, che era solo sommariamente suddivisa da alcune pareti che non andavano a spezzarla. Può darsi che una galleria come la Johann König sia in proporzione più grande, ma non sempre tutta la superficie è dedicata alle esposizioni. Hetzler presentava un’artista italiana, Monica Bonvicini, con installazioni, oggetti, grafica e un video che era l’opera più convincente, per il ritmo, per l’idea e anche per come era realizzato. Avrebbe potuto essere presentato meglio se non lo avessero proiettato di fronte ad una grande finestra, che, anche se opacizzata, dava sicuramente fastidio. Non è banale trovare un video installato bene all’interno di una mostra, per questo, il primo giorno mi aveva colpito la sala di proiezione della Veneklasen Werner.
Una volta esaurito il quartiere di Wedding, in cui formalmente rientrava anche la Galerie Micky Schubert, siamo ritornati verso Mitte. Vicino a Rosa-Luxemburg-Platz, la Galerie Kamm proponeva Amy Granat e, infine, poco più avanti sulla Schönhauser Allee la Galerie Mikael Andersen proponeva Moshekwa Langa. La Andersen si trova nel complesso conosciuto come Pfefferberg nella Haus 4. L’entrata del Pfefferberg formalmente è in Christinenstrasse, ma c’è un accesso anche sulla Schönhauser Allee non distante dalla U-Bahn di Senefelder Platz. Pfefferberg è uno dei posti che vidi la prima volta che andai a Berlino ed è un’area molto grande, in parte ancora in ristrutturazione, che ospita di tutto: atelier, gallerie, locali e da un paio d’anni anche un ostello. Dopo aver visto la Andersen rimaneva ancora un po’ di tempo per vedere le ultime gallerie, ma, un po’ perché erano lontane, un po’ perché eravamo veramente colmi a livello visivo dopo tre giorni di visite, ci siamo fermati e ci siamo seduti su uno scalone dell’ostello per riprendere fiato.
Davvero, Berlino è una città piena di Gallerie, gli ambienti sono quasi tutti interessanti e ognuno ha la sua particolarità; i galeristi non si sono fatti troppo scrupolo sulle zone e sulle tipologie degli spazi: ci sono gallerie nei quartieri eleganti e in quelli più popolari, che spesso sono le più belle. Ci sono gallerie sotto la ferrovia, dove tra i rifiuti vedi arrivare un auto blu con il collezionista di turno, rivestito di tutto punto e immancabilmente accompagnato dalla moglie, entrambi di una certa età, e ci sono le gallerie vicino alla Kürfurstenstrasse, con le decorazioni in stucco e i finti marmi per le scale che, venendo dall’Italia, fanno un po’ sorridere ma hanno comunque una loro eleganza. Ci sono gallerie (tantissime) che non fanno parte del Gallerie Weekend Berlin e che probabilmente non ne faranno mai parte, perché magari fra qualche mese saranno già chiuse o perché non ce la faranno ad entrare in un giro più alto. Ci sono anche quelle che probabilmente non vogliono entrarci, perché contestano il mercato ufficiale (ce ne viene in mente una verso il quartiere di Lichtenberg), ma difficilmente riescono a costruire alternative solide e sensate, e, sopratutto, ce ne sono molte che non conosco ancora.
Quello che mi sembra che manchi di più, però, è una scena artistica determinata, più solida e sopratutto più convincente con se stessa prima ancora che con i circuiti di distribuzione, ufficiali e non, con i collezionisti, con la gente del settore e con i visitatori, come me.
Compagnia teatrale Teatro Anatomico, Codice fiscale: 94142520488, Partita IVA: 05726450488
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