L’idea che l’arte sia un linguaggio e che di conseguenza le opere siano il messaggio attraverso cui l’artista comunica con lo spettatore, è saldamente ancorata nel pensiero contemporaneo.
All’apertura della terza edizione del festival dell’arte Contemporanea di Faenza, venerdì 21 maggio 2010, i relatori dal palco, accanto ai politici, non facevano altro che ribadirlo indirettamente. I loro discorsi erano pieni di riferimenti al linguaggio e alla comunicazione, tanto che ad un certo punto era inevitabile porsi una domanda: come mai sono così attaccati a questa idea?
Noi crediamo che un motivo sia la paura di essere delegittimati, delegittimati dal loro ruolo sociale. È lì che fermenta l’idea dell’arte come linguaggio.
Il seme deve essere stato gettato quando ci siamo posti il problema di affrontare il rapporto tra arte e vita.
Poniamo che giunga alla conclusione che l’arte è slegata dalla vita. Il mio ruolo come agente dell’arte rischia di essere delegittimato e addirittura ridicolizzato dalla società. Per evitare che questo accada posso far passare l’idea che l’arte è un linguaggio. In questo modo la gente potrà essere portata a pensare che l’arte è distante dalla vita perché non conosce questo linguaggio. Non resta che offrire alle persone dei traduttori in grado di interpretare il messaggio (l’opera) e renderlo intellegibile a tutti. L’arte sarà saldata alla vita e nessun agente verrà delegittimato e chi continuerà a pensare il contrario potrà semplicemente essere tacciato di ignoranza. Oppure potrà essere accompagnato paternalmente verso la via della “conoscenza”. Se il meccanismo viene oliato bene, molte persone potranno addirittura autolimitarsi pensando di fronte al messaggio che, in fondo, loro “non se ne intendono” .
Ma il tema del Festival era l’opera ed ecco che un’altra idea circolava e si diffondeva in maniera più o meno sottesa nelle conversazioni era quella della complessità.
Anche questa idea nasce, a nostro parere, dalla necessità di evitare la delegittimazione, con una piccola differenza rispetto alla prima. L’arte come linguaggio tutela direttamente gli agenti dell’arte, mentre la complessità tutela la legittimità dell’opera.
Poniamo che realizzi qualcosa di estremamente banale, addirittura stupido e scadente da tutti i punti di vista e che voglia legittimare questa realizzazione come opera d’arte. Come posso procedere?
Per legittimare una realizzazione come opera basta evidenziare il fatto che è una realizzazione complessa: improvvisamente tutti i suoi caratteri come la banalità, la stupidità, l’aridità non solo scompariranno ma potranno addirittura rovesciarsi e diventare caratteri dell’opera. Di fronte a qualsiasi critica sulla natura di una realizzazione, se essa sia un’opera o meno, chiunque potrà sollevare lo scudo del “sì, ma a me fa venire in mente tante cose”.
È questo uno dei motivi per cui all’interno delle interviste del Festival e addirittura alla conferenza di apertura in piazza Nenni, veniva ribadito il concetto che “viviamo in una società complessa”.
Ecco che una grande frattura creata ad hoc sul pavimento di una sala della Tate Modern dall’artista Doris Salcedo, intervistata per l’occasione da Carlos Basualdo nel Teatro Masini diventa oggetto di una lunga disquisizione intellettuale, ricca di spunti e suggestioni.
Nella variegata e piacevole offerta del Festival erano presenti anche filosofi, “traduttori” periferici del mondo dell’arte e portatori, quasi per definizione, di quesiti radicali. Nonostante l’accademismo prorompente di questi personaggi che al grido di “cercheremo di non essere accademici” palesavano la loro più evidente debolezza, alcuni temi realmente interessanti venivano fuori. Forse proprio per il fatto di essere temi fondanti in un’ambiente in cui i dogmi vengono abilmente camuffati per legittima difesa.
Arrivando in ritardo al Museo Carlo Zauli, mentre cercavamo un posto a sedere sull’erba (la sala è molto piccola e, per il secondo anno di fila non capisco veramente perché insistano ad utilizzarla) ho sentito due domande interessanti: “che cos’è un’opera?”, “come lo diventa?”. Solo più tardi, purtroppo, mi è venuta in mente la risposta: che cosa NON è un’opera?
Compagnia teatrale Teatro Anatomico, Codice fiscale: 94142520488, Partita IVA: 05726450488
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