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26 giugno 2010

Se l’arte serve, la critica sparecchia
21-23 Maggio 2010 - Faenza - Opere/Works_festival d’arte contemporanea

Pare strano, ma ancora c’è bisogno di chiamare in causa Duchamp.

D’altronde devo ammettere che anche quando faccio vedere ai ragazzi delle scuole varie immagini di arte contemporanea, del secolo scorso e corrente, l’orinatoio suscita puntualmente un’irritazione superiore a qualunque prodotto artistico dell’ultimo decennio.

Un motivo ci sarà, e credo che Angela Vettese e comitato scientifico del Festival d’arte contemporanea, ne rintraccino bene le ragioni, avendo impostato l’argomento degli incontri sul tema delle “opere”, intendibili anche a prescindere dal loro creatore. In fondo, l’orinatoio stesso era firmato Mutt, mica Marcel.

Possibile che nel 2010 l’arte contemporanea debba fare ancora i conti con il ready made, come se questa scelta creativa non fosse ormai risolta e superata, bisogna ancora sottolineare che non basta mettere l’oggetto lì per fare un’opera, che la scelta dell’oggetto è complessa, che l’operazione è delicata, ecc...

Sempre meglio rifarsi a Duchamp che a Borromini, chiamato in causa da Baldo come miglior esempio di artista incompreso dal suo secolo, come se non ci fosse un solo esempio valido riscontrabile negli ultimi 4 secoli.

Perché parliamoci chiaro, una cosa è certa e condivisa da tutti: l’arte, ed in particolare quella contemporanea, è diventata un medium, serve per comunicare, gli artisti la utilizzano per questo.

A partire da queste premesse si apre il Festival d’arte contemporanea, che anche quest’anno si è tenuto tra il 21 ed il 23 maggio a Faenza, scenario perfetto per questa formula quasi intima di scambio, confronto, aggiornamento e, in parte, chiacchierata sulle ultime sfide del suddetto genere.

Ammetto che il tema “opere” non era tra i più circoscritti, l’ampiezza ha portato ad una certa dispersione di finalità, col rischio di creare confusione tra quelle conversazioni puramente teoriche e le presentazioni delle, appunto, opere, che poi diventavano presentazioni degli artisti.

Altro problemino non da sottovalutare del festival: 49 eventi in meno di 3 giorni non completi significa dover fare molte scelte e molte rinunce, per questo mi ero preparata salvandomi in anticipo il programma per poterlo studiare e ponderare bene in macchina con Vincenzo. Peccato che l’ho salvato, ma non l’ho stampato, dunque, non abbiamo ponderato un bel nulla e ci siamo dovuti confrontare in tempo reale con l’inizio dei molteplici incontri.

Per fortuna i primi non si sovrapponevano: dopo l’apertura delle 11 in piazza Nenni, la giornata di venerdì 21 si è così articolata:

- ore 12:00 (reali, 12:20) Doris Salcedo intervistata da Basualdo. Non potendo mettere in discussione l’enciclopedico riconoscimento dell’artista su tutti i testi ufficiali di storia dell’arte contemporanea, avanzo solo qualche dubbio sulla sincerità dell’artista colombiana, quasi unta da una missione sociale, che si sente di lavorare per il suo popolo, di essere dalla parte dei deboli e dei perseguitati. Capisco la sua scelta di rimanere nel suo paese invece che trasferirsi a Parigi, ma non credo basti per giustificare quanto sopra, ed un lavoro, che, per quanto significativo, dispiega una notevole quantità di mezzi e risorse, divenendo, in fondo, poco ecologico.

- ore 13:00 (reali: 13:30 - comincia l’inseguimento dell’evento) Cosey Fanny Tutti intervistata da Farronato. Sembra che al pubblico interessi solo l’effetto intorno all’opera, più che l’opera stessa. Si parla comunque degli anni 60, della provocazione, le immagini non sono molte e l’ora si faceva tarda...

- ore 14:45, trucidissimo pezzo di pizza al taglio trangugiato in 5 minuti perché:

- ore 15:00, conversazione tra la Vettese, e Recalcati, psicanalista e Fabbri, semiologo, sulla psiche nell’arte... premetto che io volevo andare a sentire Wentwoth intervistato da Bruce Altshuler, ma Vincenzo insisteva che era meglio il primo e mi son fatta trascinare. A parte che il Museo Zauli è piccolo e la platea improvvisata sul praticello fuori dallo studio, con la voce dei relatori che giungeva dalla finestra (senza vederli in faccia) era un po’ inquietante, a parte le minacce di pioggia, è stato molto edificante. Non ci si fa: lo psicanalista insiste che comunque non si può ignorare la biografia di un’artista, benché non sia l’ultima ratio dell’opera, la quale non va lisciata sulla vita dell’artista, ma neanche si può ignorare quest’ultima. Pare che Lacan sostenesse che l’inconscio stesso è strutturato come un’opera e chiude sottolineando di credere fermamente nel rapporto tra vita ed opera. Aggiunge che il paziente non ricorda, in analisi, la sua biografia, ma la crea, da zero. Cioè l’evocazione dei ricordi in analisi non è un ricordo ma un prodotto, creativo, del paziente. E il semiologo ribatte che l’opera non esiste, la dobbiamo fare noi.

Forse, la risata isterica della Vettese tradisce una certa sopravvalutazione dei possibili apporti sull’argomento presentati dai due studiosi...

- ore 16:00, mi perdo Zorio intervistato da Celant...pace.

- ore 17:00, Anni Ratti intervistata dalla direttrice del Whitechapel di Londra. Dico, ma con tutte le risorse che l’artista (e non solo artista) possiede, possibile che non si riesca ad uscire da binomio arte e scienza, vissuto ed agito con una pericolosa sproporzione della seconda sulla prima. Come se l’artista avesse bisogno della formula chimica, di studiarsi una macchina, per ridare senso ad un pensiero. In alternativa, crea spazi di socializzazione, come se fosse un centro giovani...

- ore 18:00 Duncan intervistato da Lissoni: finalmente si respira nel bellissimo spazio dello studio Samorà, con un intervistatore preciso, puntuale e partecipe ed un artista che vuole guardarti negli occhi quando parla, che ha una sua ricerca variegata e di senso e sentimento, riassumibile nella sua: “Che cos’è la bellezza? è non solo imparare, ma dire...ah, ho capito!”.

- ore 19:30: Pistoletto - Oliva (e Pieroni nell’ombra): anno scorso Abo intervistò Kounellis, e devo dire che il dialogo ebbe un suo perché, forse dovuto alla notevole fisicità e presenza dell’artista. Quello che sembrava quest’anno era di sentir parlare due insegnanti (con tutto il rispetto per il genere), preoccupati solo di quanto l’arte educhi e serva ad elevare il povero popolino di sprovveduti. Forse, lo specchio, è bene che conservi quella dimensione privata in cui l’individuo può riflettere se stesso e su se stesso, sia esso artista o critico o operatore di politiche culturali del mediterraneo o di qualunque altro mare, piuttosto che rivoltarlo sul pubblico, imponendogli una visione che non è detto voglia o sia in grado ricevere.

Finisce così la prima giornata, intensa, su un bel piatto di passatelli e piadina fritta.

E col ciboh si ricomincia sabato 22 alle ore 10:00. le Ciboh intervistate da Viliani. A detta loro, si presentano, nonostante le pressioni del moderatore ed il mac che non collaborava, come delle produttrici di catering che serve da marchette per le “ricerche” “artistiche”. Il loro è un servizio commerciale, inventato quasi per caso e in modo un po’ confuso ma divertente (visto il loro duplice amore per arte e cucina). Dicono anche di utilizzare l’aspetto ludico del linguaggio artistico contemporaneo. Nonostante servano a tavola multinazionali di tutto rispetto, non ci guadagnano, così dicono...sembra quasi un dialogo tra due liceali ed un direttore di marketing, non tra artista e curatore. Evitiamo di perderci in commenti e domande inutili, forse qualche svista nel programma generale del festival ci può anche stare: infondo, boh!, come dicono le Ciboh.

Lisciamo l’incontro delle 11:00 e ci dirigiamo verso il successivo:

- ore 12:00: Sara Reisman intervistata dalla curatrice Draganovic. L’argomento è attualissimo, opere d’arte pubblica e partecipate, in particolare l’esperienza dell’istituzione Percent for Art di New York, dove gli artisti sono coinvolti in un processo non solo di creazione di un’opera legata ad un ambiente fisico, ma anche umano, sociale, dove molti settori della comunità sono chiamati ad esprimere la loro opinione in merito all’opera.

Anche qui il ruolo dell’istituzione è didattico: il pubblico va preparato preventivamente all’opera che vedrà e che potrebbe non accogliere, onde evitare di doverla successivamente rimuovere (come è successo, per accuse di razzismo...). Il terreno viene testato in modo che l’intervento non sia traumatico e l’inserimento dell’arte nella vita si dispieghi con fluidità e naturalezza.

Ciò che mi chiedo, oltre alle perplessità sulla variegata estrazione professionale e competenza delle commissioni che giudicano la fattibilità di un lavoro artistico, che, a parer mio, ha prima di tutto una funzione (se così si può chiamare) estetica, e non sociale o educativa, è il senso di mettere le mani avanti.

L’arte è spesso intervenuta bruscamente nell’ambiente sociale, assumendosi le conseguenze delle proprie azioni: se l’arte può suscitare reazioni, siano esse positive o di diniego, se può modificare dei comportamenti, cambiare il corso della storia, forse deve poter agire senza “preparazione del pubblico”, al quale si richiede elasticità ed apertura di vedute, ma non perché sa già di che morte deve morire. O no?

- ore 15:00, Rotonda Muki, una serena chiacchierata al sole tra Pier Luigi Sacco e Marco Senaldi sull’opera nell’economia dell’immaginario.

Premettono, vista forse la digestione in atto e le temperature in crescita, che non saranno accademici. Purtroppo le continue citazioni ed il tono non confermano il buon proposito, benché la conversazione si sposti spesso sui luoghi comuni dell’oscillazione del mercato artistico, dei critici che non guardano più le opere alle inaugurazioni, dei galleristi che non guardano più i curriculum degli artisti ma si basano sulle quotazioni, del troppo sensazionalismo nell’arte, ecc.. la riflessione però è interessante, fermarsi a pensare quali spazi di immaginazione siano rimasti nell’arte, che spesso si rivolge alla realtà concreta e più vicina a noi, quali emozioni nascano nel pubblico, quali gesti simbolici colpiscano occhio e mente. Il pubblico annuisce, alcuni sentono il desiderio di esprimere quanto credano ancora nel potere immaginario dell’arte nonostante la grettezza del sistema che la governa: Senaldi dice che, alla fine, chi se ne frega di quest’ultima se riusciamo ancora ad emozionarci davanti ad un’opera. Ne basta una. Tutto questo è molto poetico ed ottimistico, ho solo qualche riserva sul fatto che basti.

Essendo ormai le 16:30 passate, lisciamo la conversazione sul concettuale e ci dirigiamo al Cinema Sarti, dove Monique Veaute intervistava Gelitin, anzi, un componente dei Gelitin di cui non ricordo il nome. Anche se non posso dire di considerarli una vetta artistica, l’incontro ha avuto un suo senso, il collettivo lavora con piacere e sincerità e questo viene perfettamente comunicato dalla presenza dell’interlocutore, tanto da lasciare un po’ nell’ombra l’insigne curatrice. Ci incuriosisce e decidiamo di tornare alle 22:00 per vedere la loro carrellata di video.

- ore 18:00, passate, arriviamo ad incontro iniziato tra Basualdo e Foster su moderno e contemporaneo, francamente comincio ad essere un po’ piena, ripenso a ciò che ho già ascoltato e non riesco a seguire l’incontro, caratterizzato, tra l’altro, da un tono un po’ monocorde.

Decidiamo allora di passare all’ultimo incontro della giornata, Vito Acconci, al teatro Masini. Come non rimanere colpiti dalle forme organiche, fluide, leggere che si riflettono nella progettazione architettonica dell’Acconci studio, di cui scorrono le immagini sullo schermo, sottolineate dalla descrizione puntuale dell’artista. Niente da dire, davvero un lavoro che colpisce. Però mi chiedo un paio di cose: l’architettura è una cosa, l’arte un’altra o sono io che non riesco ad avere una visione più ampia in cui i generi si intersecano? Perché, a parer mio, le funzioni sono diverse, i committenti anche, l’urgenza nel creare pure...

La seconda domanda che mi faccio, consapevole del luogo comune in cui rischio di cadere, è: come è possibile che un poeta che negli anni ’60 utilizzava il suo corpo per una riflessione sulla dimensione privata e pubblica dell’individuo senta il bisogno di aprire uno studio di architettura?

Rischiando di sfiorare la banalità, liscio sulle risposte che mi sono data, arrivando alla chiusura della seconda giornata con un’ansiogena ricerca di un posto rapido dove mangiare, una controllatina alla gatta lasciataci in gestione nell’appartamento dove eravamo allocati (un piacevole scambio di case con una gentile anglofila faentina) e la visione dei video dei Gelitin. Purtroppo quest’ultimi non ci hanno colpito quanto quelli visti nell’intervista, peccato però che il cinema fosse deserto, non c’era quasi nessuno: forse erano tutti al party in piscina o svenuti in albergo dopo una giornata di conferenze?

Ultimo giorno, domenica 23. Devo ammettere che ci dispiace chiudere lo zaino e prepararci al ritorno, l’occasione di confronto e aggiornamento del festival è notevole, l’atmosfera è accogliente ed i giorni volano...

Decidiamo di cominciare con l’intervista a Solakov di Irene Calderoni, dove, non so se per la poca partecipazione della curatrice o se per la poca efficacia del lavoro dell’artista, mi comincia a salire un certo nervosismo. Forse dettato dalla sufficienza con cui l’artista si autopresenta, che tradisce un’abitutidine all’esposizione ed alla spiegazione dettagliata, ma fredda, del suo lavoro. Forse per una certa ingenuità che trapela dalla sua timida ricerca di provocazione in contesti dove la reazione risulta quasi ovvia. Forse per la reazione, appunto, del pubblico, divertito e ammiccante. Mi concentro sui fumetti che Vincenzo produce senza sosta e pian piano il nervosismo si attenua.

Rimaniamo al Mic, dove alle 11:00 Angela Vettese intervistava Miwon Kwon, un’insegnante americana specializzata nell’indagine della site specificity e Lynne Cooke, curatrice del Reina Sofia. Finalmente una conversazione e non una conferenza, le domande sono significative ed il dialogo verte su molte questioni, tra cui: la differenza tra democrazia e populismo nell’arte pubblica, l’effettivo atteggiamento progressista delle opere site specific ora tanto di moda, il gigantismo imperante nelle opere del corrente secolo.

ore 12:00, ci spostiamo di poco all’Isa per l’intervista a Natascha Sadr Haghighian, artista iraniana residente a Berlino. Si parla, anzi, l’artista e Chus Martinez, che la intervistava, parlano, un’ora di un solo lavoro, Fruits of One’s Labour, un’opera un po’ scolastica sul senso di non appartenenza ad un luogo e ad una comunità. Mi pare un po’ poco, e rimango colpita dalla maniera goffa con cui l’artista tenta di rispondere alle domande del pubblico, come se non sapesse bene che dire.

Portiamo gli zaini in macchina per avvantaggiarci, costringo Vincenzo a strozzarsi con una lasagna vegetariana trangugiata in 3 minuti netti per essere puntuali alle 14.30, sempre al Mic, all’incontro tra la collezionista, Giuliana Setari, la direttrice dell’Arte Fiera di Bologna, Silvia Evangelisti, Giacinto Di Pietrantonio, moderati da Sacco. Trovo interessante sentir parlare di mercato da chi il mercato lo fa, buffo che un collezionista consideri gli artisti persone speciali, superiori alla norma, curioso che una quasi mercante sostenga che le fiere (anzi, la sua fiera) sono luoghi di buona fruizione dell’arte, preoccupante che un direttore di museo ammetta l’assenza di giovani tra il pubblico museale (mentre il festival vantava una discreta presenza di un pubblico tra i 20 e i 40 anni), significativo che tutti sono d’accordo sul fatto che la crisi non ha inciso significativamente sul mercato artistico. Ah, c’era pura la Thorton, che ha fatto un intervento breve ma pieno di glamour sulla situazione del collezionismo in Europa e non solo, sottolineando come oggi sono i collezionisti ad influenzare i galleristi e non viceversa.

Ormai giunti al termine del programma, ci avviciniamo a piazza Nenni, per l’ultimo evento, perché così era pensato, un evento, non un incontro, con Daniel Buren, al teatro Masini, pieno come un uovo.

Arrivati per tempo benché sia iniziato con 45 minuti di ritardo per problemi tecnici legati alla proiezione delle immagini, problema non da poco, ma purtroppo riscontrato altre volte durante il festival, non si capisce se per colpa dei tecnici, degli artisti che preparano i power point o di entrambi, leggo sullo schermo “Conférence Daniel Buren” e capisco che la presenza della Vettese è solo di buona compagnia.

Un’ora e mezzo di carrellata di immagini che attraversano tutto il suo quarantennale lavoro di ricerca su strisce ed annessi, puntualmente descritte dall’artista che non si ferma un attimo a prender fiato, preoccupato di non riuscire a far vedere tutto e della deplorevole qualità di riproduzione delle immagini. Sembrava, o forse lo era, una lezione monografica universitaria, solo che non c’era un professore, c’era l’artista. La Vettese ha avanzato anche un paio di domande significative, tra cui il passaggio dalla dimensione clandestina del suo lavoro alla commissione pubblica, ma l’artista non sembrava interessato al confronto, ed il tempo per le domande del pubblico era praticamente inesistente. Dispiace solo il fatto di avere l’artista in persona e non poterci parlare, tutto era molto interessante, ma fruibile solo in una dimensione passiva.

Con questo incontro il Festival si chiudeva, viene presentato il tema della prossima edizione che verterà sulla “committenza”, tutti salutano, usciamo dal teatro.

Facciamo due passi per rigenerare il cervello dopo tante suggestioni, per godersi gli ultimi momenti a Faenza, che non abbiamo avuto modo di visitare, ed in Romagna: i miei genitori sono di Massalombarda e per me sono terre familiari che mi provocano sempre una certa nostalgia.

Salutiamo anche noi questi tre giorni di intensa riflessione, riprendiamo la panda e dopo una breve sosta a Imola per l’ultima piadina fritta, torniamo a casa, a Firenze.

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Compagnia teatrale Teatro Anatomico, Codice fiscale: 94142520488, Partita IVA: 05726450488

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Nota sul sito www.teatroanatomico.org

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