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26 giugno 2010

BERLIN BIENNALE: Cosa mi aspetta?
10 e 16 Giugno 2010

Il testo di presentazione della sesta edizione della Biennale di Berlino recitava: “the works presented in the show reject the tendency [...] to turn away from reality [...] by insisting on a stringent view of our present and its reality”.

Questo perché, sempre parafrasando il volantino della Biennale, viviamo in un momento di forte distaccamento dalla realtà a causa della crisi globale, economica, sociale e politica.

Rileggendo il testo citato, mi viene il dubbio di non aver capito bene cosa intenda per “stringent view of our present”. Stringent, che suona come ristretto, in realtà significa: tassativo, preciso, rigoroso. Una rigorosa visione del nostro presente.

Rigoroso, a sua volta, rimanda ad una modalità d’indagine severa, precisa, che non ammette deroghe e che è, in qualche modo, improntata ad una certa rigidità.

Premesso ciò, mi sento di sottolineare che lo sguardo rigoroso, talvolta passivamente descrittivo, della realtà che ci circonda, sia una modalità di ricerca artistica al momento non poco utilizzata. Sopratutto per quanto riguarda alcuni generi, per esempio il video, che è spesso utilizzato come strumento di documentazione, benché il contesto e l’operatore siano artistici.

Ed è proprio riflettendo su questa osservazione che mi rendo conto di ciò che non convince di questa Biennale: l’uso del realismo.

Adolph Menzel, che sembra essere chiamato in causa per giustificare la scelta di tale genere, sapeva utilizzare il realismo, che impone un racconto dell’attualità, per poter comunque esprimere il suo racconto di artista e di uomo, così da permettermi di vedere, attraverso i suoi lavori, qualcosa di poetico che non è raccontabile in altro modo e che va oltre il racconto e la tecnica.

Quando un’artista riesce a fare delle scelte, questo crea un filtro tra noi e questa famosa realtà che pare vada invece colta in presa diretta, senza filtri e senza rimaneggiamenti. “The world that is really there”, recita sempre il testo della Biennale, come se si potesse restituire un’immagine fedele alle problematiche attuali, attraverso un mezzo, quello artistico, che gioca con l’immagine. E l’immagine non è la realtà, è la rappresentazione mentale, grafica, fotografica o plastica di una cosa vera o fittizia rievocata dalla memoria, prodotta dalla fantasia o filtrata attraverso la vista, per chi può utilizzarla. L’immagine è un’idea, spesso astratta, della realtà. E penso che questo sia molto interessante tradotto in una ricerca artistica, appunto, rigorosa.

Invece, non ho trovato molto interessante l’ansia, assai poco rigorosa, di testimoniare il vissuto quotidiano tanto inseguita dagli artisti della Biennale. Non riesco a paragonare il dipinto di una processione di Menzel con la ripresa video documentativa di una manifestazione sindacale in Francia.

Nel primo riesco a vedere una ricerca, in parte anche una sorta di poesia, nell’immagine che l’artista crea e che riesce a superare il racconto che dipinge.

Nel secondo vedo un’intenzione: quella di parlare di politica, di appartenenza ad un certo gruppo sociale che rivendica determinati diritti, di mostrare chi è nel giusto e chi sbaglia, di inviare, in sintesi, un messaggio che supera l’operazione artistica.

Credo questo dipenda da una sorta di confusione di generi che da un po’ di tempo mi trovo a rilevare in svariati contesti artistici, ufficiali e non. Un documentario sulla situazione dei pozzi petroliferi nigeriani, per quanto giustapposto ad una ripresa diretta della vendita di quotazioni in borsa per evidenziare il contrasto e l’inevitabile riflessione sull’assurdità del mercato, rimane un documentario. Ci sono tanti festival specializzati in documentari, reportage fotografici e video interviste che indaghino sulle problematiche globali, pronti ad accogliere lavori di questo tipo, di cui la Biennale è piena, e non troverei incongruo vedere uno di questi lavori in tali contesti. Ma non ad una Biennale, dove mi aspetto di vedere un lavoro di ricerca artistica, non antropologica. Anche antropologica, ma non come prima ed unica modalità.

“What is waiting out there”. Anche nel titolo, senza punto interrogativo, sembra si voglia rimarcare che questa è l’arte che oggi serve, la presa diretta della realtà. Qualunque realtà, sia essa azione di contestazione o momento di intimità, con l’inevitabile rischio di cadere in un pessimo voyerismo, un’ossessione a guardare: guardare i bambini del biafra, guardare la simulazione di un parto, guardare un’azione illegale, guardare come si comportano dei militari davanti ad un provocatore, guardare una bella ragazza ad una manifestazione, guardare un tizio che si tuffa dentro un garage privato, guardarne altri che chiaccherano nel cesso di un localino, fino proporre la visione di un uomo in carne ed ossa sotto teca, tanto per ribadire l’ansia del vero assoluto, che nessuna videocamera può restituire.

Trovo poi ridicoli i tentativi allestitivi di coinvolgimento del pubblico, ad esempio la divisione di uomini e donne all’entrata dello spazio in Oranienstrasse, così da bilanciare il pubblico sulla base della minoranza di artiste donne invitate all’esposizione rispetto alla più numerosa presenza maschile, come se la lotta tra i sessi la si facesse a chili. Trovo infantile questo voler far riflettere per forza semplificando ogni problematica, questo insistere sui messaggi sotto forma di gioco.

In generale l’impressione che la Biennale restituisce, presa in tutte le sue 6 sedi, è di debolezza visiva e poca organicità. La scelta di dedicare interamente uno degli spazi dislocati ad un video del 1976, sembra tradire una certa insicurezza, come se ci fosse bisogno di ritrovare le radici artistiche di questa indagine sulla realtà.

Inoltre, ho da tempo la sensazione che il pubblico sia poco benvenuto in questi contesti, dove non sembra ci si preoccupi se, il giorno dell’inaugurazione, la temperatura media all’interno degli spazi sia di 40 gradi, con relativo tasso di umidità sopra l’80%, costringendo i visitatori a stringersi in sale chiuse senza aria, senza ascensori e con piccole entrate dove non passa sicuramente una carrozzina. Oltre alle solite scelte di riempire il tutto con moltitudini di monitor e schermi che proiettano video che solo pochi temerari vedranno interamente: non li ho contati, confesso, ma due terzi almeno dello spazio in Oranienstrasse è occupato da video di durata media tra i 10 e i 30 minuti. Facendo un conto solo per ipotesi: in tutto sono 32 artisti (per la sola sopra citata sede), facciamo conto una ventina di video di circa 20 minuti, circa 6 ore ininterrotte di proiezioni, senza contare tempi morti, attese, ed il suddetto arrotondamento. A nessuno dei curatori viene il dubbio che essendoci altre 4 sedi è impossibile vedere il tutto con un unico biglietto giornaliero di 14,00 euro?

Non era questo l’unico problema di allestimento, sempre nel suddetto spazio si potevano notare monitor bucati dalla luce, fotografie esposte su pannelli appositamente montati in diagonale, così da riflettergli sopra le ombre degli infissi delle finestre, viti montate al muro a penzoloni senza tasselli, vecchi tasselli montati male abbandonati a terra ai piedi delle opere (o lasciati attaccati al muro dove non venivano via), quadri montati per le scale come se fossimo in una vecchia villa dell’ottocento (dev’essere una moda quella di appendere ancora i quadri per le scale, visto che lo fanno anche al Maxxi) e scotch che si staccano per via del calore del sole (questo però è responsabilità dell’artista).

Per quanto riguarda le opere, a parte questo sfrenato uso del video documentativo ed una tendenza generale all’autoreferenzialità, rivelo ancora gravi forme di ingenuità: disegni a matita forzatamente infantili, dove è facile notare come l’artista stia fingendo un tratto naive che non gli appartiene, le trovate illusionistiche di lavorare sugli imballaggi, di creare meccanismi tubolari complicatissimi per sciogliere un cubo di sale, i rigurgiti di un concettuale fatto di azioni monomaniache (e non seriali), fatte, tra l’altro, male, la foto benetton, in versione turca, perché siamo a Berlino, l’immancabile tappeto portante simbolo politico da calpestare. Problems with relationships, recita un titolo.

Detto questo, ammetto che ho apprezzato molto lo spazio espositivo in Oranienstrasse, indiscutibilmente suggestivo. Dispiace ammettere che non altresì suggestive erano le proposte, tanto da allontanare lo sguardo fuori dalla finestra, dove la realtà non c’è bisogno di cercarla.

[Mappa: ]


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Nota sul sito www.teatroanatomico.org

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