Flughafen Tempelhof
Entrata libera - vernissage
Usciti al volo dalla Liste ci avviamo alla Preview Berlin, pronti, oltre al bombardamento visivo, anche a quello umano, visto che si trattava della preview della Preview: il vernissage, evitato come la peste per tutte le altre fiere, così come i vari party e festini di festeggiamento connessi.
Invece, devo dire, una boccata d’aria.
Innanzitutto il luogo, davvero notevole: un’enorme hangar, anzi, la sala d’aspetto dell’ex aeroporto, tutta aperta e non pannellata a stand, dove ogni galleria portava sostanzialmente un artista con un’opera, che si esplicava in un’installazione, dimensionalmente significativa.
Quindi permette di fermarsi su una cosa alla volta, che è piacevole.
L’idea di fondo sembra la gara al sensazionalismo, a chi la fa più grossa, a chi la inventa più strana e, sopratutto, a chi la rende più cupa e tetra. Di fatto siamo sempre alle solite in quanto a tematiche, visto che si tratta di installazioni, ma devo dire che, più che l’effettiva qualità, rispetto a quanto visto f’ora, colpiva il gigantismo, lo confesso.
Pare d’essere al luna park, come segnala il disco rotante di lampadine colorate intermittenti dell’entrata, non so da dove cominciare, vago random...
Ed ecco grigi arbusti cosparsi di poliuretano espanso che sorreggono edifici diroccati, da cui pendono scimmie imbalsamate, ecco i banchini dell’asia-pfanne con tanto di mangiatori di patatine fritte, ecco la mania per i modellini di interni: la Walden che presenta la ricostruzione semi-esatta di un estratto delle sale dell’attuale Kunstsalon, in miniatura.
Ecco la catastrofe rappresentata: it’s not a bomb, la riproduzione di un uomo esploso come fosse un giochino dell’ovino kinder®, i mondi di polistirolo, bianchi e fragili che si rompono a guardarli, il cimitero di macchinine giocattolo alto un metro e mezzo, tetre scenografie, mal fatte in cartone, di decadenti case vittoriane, cumuli di rifiuti con inquietanti skater accovacciati, modellini di interni bombardati, bruciati, saccheggiati, sottoposti a vortici ed esplosioni, animali in gabbia spellati ed ingrassati fuori misura, un cerchio di nere figure incappucciate con tentacoli al posto del volto, un plastico di un campo di battaglia.
Quest’ultimo è anche espressione dell’altro tema: l’acrobazia tecnologica: in pratica il modellino del campo di guerra era ripreso da una videocamera, che riproduceva il tutto su un monitor, a sua volta riprodotto attraverso un vetro sudicio, rotante, ed una lente distorcente. Il tutto a vista. Mi chiedo perché tanta agitazione di mezzi, quando, forse, basta molto meno per il messaggio unilaterale che l’opera suggeriva. Come questa, altre opere, piene di sensori che reagiscono al tocco del pubblico, motorini allungati come fossero l’uomo elastico, una vera e propria automobile in in cui tutti salivano non si sa bene a far che, un complesso marchingegno apri-ombrellini-di carta.
E poi il balocco kitch: la torta di Swarovsky, un pavimento per sedute alchemiche, preziosi cubi che sintetizzano, comprimendoli, tutta la collezione di elettrodomestici di una maniaco del design vintage bianco; e poi specchi, lustrini, paillettes.
Ho l’indigestione, sono le 21 passate, salta il concerto e ci approssimiamo sfiniti a casa, dove piombiamo a letto senza cena.
Linda Salvadori | inizio pagina | Permalink | 020 [Indietro] [Avanti]
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