Avevo sempre pensato che la multidisciplinarietà fosse un metodo interessante per lavorare in ambito creativo, ma, pochi giorni fa, ho assistito ad un evento che mi ha dimostrato il contrario.
Il 14 ottobre 2007 sono stato ad una jam session al “Ballhaus Naunyn Strasse” di Berlin. Sul palco un piccolo campionario umano di culture e ambiti disciplinari differenti uniti, apparentemente, dal “linguaggio universale” della musica. Gli applausi da parte del pubblico, complice dell’intento intellettuale e sociale dell“integrazione” appena avvenuta, stridevano fortemente dentro di me assieme all’eco degli ultimi suoni accostati forzatamente tra loro dallo “chef” della serata, Alfred J.A.M. Mehnert.
Avevo sempre pensato che la multidisciplinarietà fosse un metodo interessante per lavorare in ambito creativo, ma questo evento mi aveva appena dimostrato il contrario. Non nego che possano esistere dei casi in cui il metodo multidisciplinare possa portare a degli esiti negativi semplicemente perché non è stato applicato in modo corretto, o per mille altri fattori; ma, in questo caso il problema si pone alla base poiché, evidentemente, non andava proprio applicato.
Noi Occidentali facciamo spesso confusione nel considerare la nostra “struttura interpretativa”, che applichiamo attraverso l’atto della percezione, come una “struttura descrittiva”. Una struttura descrittiva è “oggettiva”, quindi se per noi esiste la Religione o la Filosofia o l’Arte, DEVONO esistere anche per gli “altri” (concetto, anche questo, molto “interpretativo”) anche se assumono delle sfumature diverse. Parliamo di Religione Indiana, Arte Australiana, Filosofia Cinese e, chissà, fra un po’, parleremo di Politica Marziana. Forse tutto ciò può sembrare banale e assodato, ma il fatto che molte persone ragionino ancora in questo modo non mi sembra da sottovalutare.
Nello spettacolo al “Ballhaus Naunyn Strasse” la struttura descrittiva era, appunto la “Musica”. Il mondo creativo è pervaso da una confusione in parte dovuta a questo modello (interpretativo-descrittivo) e in parte legata ad altri altrettanto diffusi. Per questo motivo penso che sia necessario porre attenzione ad un “sistema di differenziazione” in grado di porre in evidenza le “specificità costituzionali” di alcuni elementi legati, appunto, all’ambito creativo.
Cultura, Arte e Poesia sono tre Regni, in senso tassonomico, diversi. Cultura e Arte condividono il loro ambiente, la Società, mentre la Poesia vive attraverso un altro medium che è la Materia stessa.
Chi opera nella Cultura e nell’Arte opera nella Società, di conseguenza deve aderire ad un “protocollo” che gli permette di agire e sviluppare il suo impeto creativo attraverso questo ambiente. Il “protocollo culturale” e il “protocollo artistico” prevedono l’uso di un veicolo, il linguaggio. Ogni protocollo è contestualizzato in relazione al periodo storico in cui viene applicato: quello contemporaneo è basato, appunto, sull’informazione. Cultura e Arte DEVONO comunicare (usare il linguaggio per veicolare informazione), e se la comunicazione trova degli ostacoli essa DEVE essere aiutata a fluire. Persone istruite, “culturalmente preparate” possono “aiutarci”. La Cultura e l’Arte, infatti, sono per tutti e per nessuno. I grandi apparati razionalistici, scientifici e istituzionali, che presiedono questi Regni, non sono altro che enormi e complessi apparati iniziatici. Forse il martellamento dello scroto di un giovane maschio aborigeno può apparire una pratica molto differente dal percorso universitario di un giovane intellettuale, ma forse non lo è poi così tanto.
Il creativo che opera nella Cultura è destinato ad operare tra pochi. Nessuna tavola della legge lo ha, però, determinato: l’isolamento è una sua scelta. Solo alcune persone possono “comprenderlo” e prima ancora di cominciare a conversare è necessario mostrare il proprio “curriculum”: non “vitae”, però, ma “studiorum”. La Tradizione, energia in potenza, si trasforma attraverso di lui in una cosa ridicola poiché appare come un spada utilizzata contro una bomba atomica, di cui si ignora, addirittura, l’esistenza.
Il creativo che opera nell’Arte è destinato al successo, allo stupore della massa, sempre “impreparata” alle sue “follie”. La Rivoluzione diventa, semplicemente, Scandalo. L’Artista non cerca l’isolamento, al contrario cerca la massa, o meglio l’Approvazione della massa. In effetti le opere d’Arte degli Artisti, si avvicinano alle opere d’arte dei bambini ma più che per la spontaneità, per l'ingenuità. L’Artista VUOLE l’approvazione degli altri, proprio come un bambino; ma se per il bambino l’approvazione significa attenzione e quindi sopravvivenza in un mondo dominato dagli adulti, cosa significa l’approvazione per l’Artista?
Il creativo che opera attraverso la Poesia non è interessato alla Cultura o all’Arte, il Poeta è un uomo ignorante e cieco. Il Poeta è un handicappato o come si dice oggi, un diversamente abile, che non recupererà mai le sue abilità poiché non le ha mai avute. La sua malformazione è congenita. Ha intorno una Società che ignora e che non vede e la Società, pur accorgendosi della sua presenza, VUOLE ignorarlo e non vederlo e a malapena lo tollera. Preferisce averlo in gabbia piuttosto che per le strade, nelle sue case (potrebbe sporcarle) o nei suoi uffici (ma che sta facendo?); con il suo corpo strano al Poeta non resta che “fare”, senza “produrre”.
Vincenzo Fiore Marrese | inizio pagina | Permalink | 001 [Indietro] [Avanti]
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